La macchina misteriosa di Mario Giacomelli

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La macchina misteriosa di Mario Giacomelli

Ricordo benissimo la prima volta che abbiamo sfogliato un libro con le immagini di Mario Giacomelli. Io e Ciccio, all’epoca, tentavamo di uscire dalla classica, profonda insoddisfazione per le nostre stampe in bianco e nero: si provavano pellicole diverse, bagni di sviluppo di tutti i tipi, varie agitazioni, bizzarre diluizioni. E poi carte di ogni genere – il Segreto dei Segreti era più che altro lì, ma prima di arrivarci accumulammo montagne di stampe grigiastre, insulse, capaci di svilire qualunque immagine. A volte veniva quasi da piangere, sembrava una sfida impossibile.

E poi, ecco: aprivi un libro con le foto di Giacomelli, e ti sentivi ancora peggio. Non parlo della qualità artistica, perché capivamo benissimo che quello era un genio e noi due semplici dilettanti alle prime armi, ma la qualità grafica delle immagini era in ogni caso incredibile. Quel bianco e nero era pieno di forza, di un’energia persino esasperata. Una bomba luminosa che avrebbe tirato fuori anche le nostre fotografie dal limbo grigiastro nel quale piombavano immancabilmente.

Seguire le orme dei maestri è probabilmente la strada giusta, almeno all’inizio. Ma della camera oscura di Mario Giacomelli non scoprimmo mai un granché, a dire il vero. Si sapeva che aveva il laboratorio nella sua tipografia, e stop. L’unico elemento che possedevamo per metterci sulle tracce del bianco e nero di Giacomelli era un suo ritratto con macchina fotografica: ma che accidente di macchina era quella? Sembrava una vecchia Bencini, ma ci sembrava poco probabile. Troppo poco per lui.

Apparecchio fotografico Kobell

Una Kobell degli anni '50

Dopo qualche anno (nel frattempo le nostre stampe erano molto migliorate, grazie a Santa Baritata da Zagabria) lessi in un’intervista che quella strana macchina era una Kobell. Kobell? Peggio che andar di notte, mai sentita neppure di striscio.
C’è voluto il web per scoprire qualcosa di più. Giacomelli usava una Kobell Press del 1955, con obiettivo Voigtländer Color-Heliar 1:3,5/105. Questa Kobell (che in tedesco significa “miscuglio”) era uno stranissimo apparecchio artigianale, nato nel primo dopoguerra dalle intuizioni e dalle necessità di un fotografo italiano, Luciano Giachetti, e dall’abilità di un artigiano milanese “il Boniforti”.

La Kobell era proprio un miscuglio: un po’ Leica (il mirino e l’otturatore a tendina, anche se su molti obiettivi veniva montato anche un otturatore centrale di tipo Compur) ed un po’ Plaubel (il formato 120). Era una gran macchina, che usava ottiche intercambiabili Zeiss, Voigtländer o Schneider, ma restò sempre ad un livello quasi sperimentale; pare che non ne siano stati prodotti più di 500 esemplari appartenenti a varie serie, oggi archeologicamente misteriose.
La Kobell di Giacomelli era ancora più fuoriserie: il Maestro aveva fatto ridurre il formato da 6X9 a 6X8 per scattare più immagini sullo stesso rullo, e l’aveva talmente spremuta che alla fine stava in piedi col nastro adesivo ed altri accrocchi.

Anche così, non ne so poi molto sulla Kobell, ma tanto mi basta. D’altra parte lo stesso Giacomelli confermò che quella era una macchina magica, dotata di una sua personalità. Ho letto che confessò di temere che la Kobell si rompesse in modo irreparabile, perchè allora non avrebbe più saputo come fotografare. Un po’ lo capisco, ma un po’ so che è una tenera bugia: non c’è macchina che tenga, per scattare certe foto. E lui era il primo a saperlo.

Articolo di Massimiliano Sandri

One Response to “La macchina misteriosa di Mario Giacomelli”


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  1. […] http://www.nital.it/sguardi/9/giacomelli.php) che impiegò un apparecchio semiartigianale (link http://www.fotografareblog.it/blocnotes/kobell-mario-giacomelli/), lontanissimo parente delle meravigliose teutoniche Leica impiegate da Berengo Gardin (link […]

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